Ridotti da rivoluzionari a contabili della coca, da guerriglieri a fattorini del crimine organizzato, i colombiani hanno visto il loro conflitto interno trasformarsi in un catering internazionale per mafie straniere. Capotavola? La ’Ndrangheta. I paramilitari che un tempo si spacciavano per liberatori del popolo oggi fanno la fila per il posto da bodyguard di mafiosetti con più naso per i dollari che per la rivoluzione. È la parabola di un Paese che ha imparato a esportare la guerra come il caffè, solo che la miscela questa volta si sniffa.

Dagli anni Settanta i mafiosi non vanno in Colombia per turismo o per vedere Cartagena, ma per trattare con i signori della polvere bianca. Roberto Pannunzi, il più illustre fra loro, veniva chiamato “il Pablo Escobar italiano”: non per folklore, ma perché riusciva a garantire alla ’Ndrangheta due cose che in Sud America valgono più dell’oro: puntualità e pagamento sicuro. Così, mentre i cartelli di Medellín e Cali si facevano la guerra a colpi di bazooka, i clan calabresi diventavano i clienti più affidabili, trasformando l’Europa in un mercato monopolizzato e facendosi rispettare più dei governi.

Quando poi i grandi cartelli crollarono negli anni Novanta, la scena non finì in macerie, ma in promozioni: gli ‘ndranghetisti passarono dal ruolo di compratori a quello di azionisti con diritto di veto. Broker in pianta stabile, emissari sul posto e organizzatori di rotte sicure. Non più “vi pago la roba”, ma “vi dico come la dovete spedire”. Una scalata favorita dagli Autodefensas Unidas de Colombia, i paramilitari guidati da Salvatore Mancuso, italo-colombiano multitasking: massacri, traffici e soprattutto il ponte con Gioia Tauro.

Attualmente il quadro ha quasi del tragicomico: i colombiani piantano, i clan del Golfo spediscono, la ’Ndrangheta coordina e l’Europa si intasa di coca più che di zucchero. I mafiosi non sono più clienti, ma azionisti e amministratori delegati della filiera. Lo dimostrano gli arresti a raffica. A Caucasia, Antioquia, beccano «un importante intermediario locale della ’ndrangheta» la cui identità non è stata resa nota: spediva coca a Genova passando per la Spagna. Poco dopo viene catturato lo stesso Vélez Isaza, uomo operativo dei clan italiani, che gestiva logistica e rapporti con i locali. Poi ancora Emanuele Gregorini, “Dollarino”, arrestato a Cartagena, manager della coca che faceva concorrenza a Amazon Prime per rapidità di consegne. E a Medellín finiscono in manette Gustavo Nocella e Luigi Belvedere, due camorristi che trattavano direttamente con il Clan del Golfo, manco fossero in affari con l’Esselunga del narcotraffico.

Il pezzo forte arriva a luglio 2025: catturano a Bogotá Giuseppe Palermo, detto “Peppe”, boss che in curriculum aveva più rotte di Lufthansa. I giornali scrivono di “arresto eccellente”, ma la verità è che ne rimangono altri cento pronti a prendere il suo posto. A conferma, un mese dopo arriva un’altra cattura, quella di Federico Starnone, latitante di Platì, trovato a Cali grazie a droni e intelligence. Un altro arresto eccellente, pezzo di ricambio della catena che dall’Aspromonte arriva fino all’Amazzonia.

E intanto i numeri fanno paura: secondo l’ONU, nel 2023 la produzione mondiale di cocaina ha toccato le 3.708 tonnellate, con un +34% in un solo anno. Tradotto: la Colombia produce più coca di quanta l’Europa riesca a sniffare, e la ’Ndrangheta ringrazia, incassando miliardi e riciclandoli in hotel, ristoranti e cantieri. Il conflitto colombiano, nato come guerra civile, è ormai un gigantesco centro commerciale del narcotraffico: le FARC smobilitate, i paramilitari trasformati in manager, e la mafia calabrese che firma i contratti con la puntualità di un notaio.

C’è chi ancora racconta la favola della “Colombia che combatte contro la coca”. Ma la realtà, testimoniata da arresti, sequestri e dati ONU, è che lo Stato arranca mentre la ’Ndrangheta ha già piantato bandierine operative in ogni porto utile. I politici firmano piani di pace che durano meno di una stagione delle piogge, i militari annunciano vittorie che evaporano in un giorno, mentre i clan calabresi, invisibili ma puntuali, accumulano capitale, stringono alleanze, trasformano guerre in bilanci e massacri in dividendi.

Non c’è nulla di inventato: i nomi sono agli atti, le catture documentate, le rotte confermate. Quel che non sappiamo, e va detto, è la dimensione reale del bottino, i giri finanziari completi, le alleanze con altre mafie globali. Ma basta ciò che sappiamo per firmare l’epitaffio: Colombia come Stato fallito, ’Ndrangheta come azionista di maggioranza.

E allora il conflitto colombiano sembra ormai un funerale: bara aperta per lo Stato, paramilitari in smoking da uomini d’affari, e mafiosi seduti in prima fila con contratto in mano. Gli unici a uscire vivi dal corteo sono loro, i padroni della cocaina in Europa. Perché se c’è una certezza, tra fucili, accordi di pace e arresti internazionali, è che la ’Ndrangheta non combatte, ma investe. E vince.

Per approfondire:

Mafie e narcotraffico: la ‘Ndrangheta in America Latina

Operazione anti-‘ndrangheta in Colombia: arrestato broker della cocaina

Il crimine organizzato colombiano e i nuovi rapporti con la ’Ndrangheta: Europa nel mirino

Arrestato in Colombia il boss “Peppe” Palermo, coordinava traffici cocaina tra Sudamerica ed Europa

ARRESTATO IN COLOMBIA UN NARCOTRAFFICANTE ITALIANO: OPERAZIONE CONGIUNTA DELLA POLIZIA COLOMBIANA E ITALIANA. SUPPORTO DELLA DCSA – 25 OTTOBRE 2024 – Antidroga

I droni incastrano il latitante di ‘ndrangheta Federico Starnone: catturato in Colombia. “Era il ponte tra narcos e clan di Platì” – Il Fatto Quotidiano

Colombian authorities arrest alleged leader of Italian mafia in Latin America | AP News

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