In matematica, uno degli assiomi più semplici e apparentemente innocui recita che ogni entità è uguale a sé stessa: a = a. Si tratta di una pietra angolare della logica formale, così fondamentale da passare inosservata. Nessuna struttura deduttiva può esistere senza questo principio. Al di là della sua funzione tecnica, tuttavia, quell’uguale che congiunge un’entità a se stessa spalanca un abisso di riflessione: essere uguale a sé stessi significa essere qualcosa di perfettamente coerente, indivisibile, irriducibile. Significa, in altre parole, essere unico.
L’identità perfetta non ammette duplicazioni. Ogni tentativo di replicare ciò che è già pienamente se stesso produce solo una somiglianza, mai un’identità vera. Due mele possono sembrare identiche a occhio nudo, ma sono frutti diversi, con storie, strutture e contesti ben distinti. Solo la singola mela può essere davvero uguale a se stessa. In questo paradosso, l’uguaglianza totale coincide con la differenza assoluta da tutto il resto. Se qualcosa è perfettamente se stesso, allora non potrà mai essere altro. E se non può essere altro, non potrà mai essere duplicato. L’uguale è quindi il volto speculare dell’unico, così come la testa è il volto speculare della croce, pur essendo entrambi parte della stessa moneta.
La filosofia ha lungamente meditato su questa apparente ovvietà. Leibniz, con il principio di identità degli indiscernibili, affermava che se due entità condividono esattamente tutte le stesse proprietà, sono in realtà una sola cosa. Nella realtà tangibile, però, l’identico è irraggiungibile. Ogni essere, ogni istante, ogni oggetto è segnato da coordinate spazio-temporali irripetibili. Persino un numero, nel suo uso concreto, si colloca in un contesto unico. Eppure, proprio per questo, l’assioma a = a diventa il baluardo dell’identità concettuale, il tentativo dell’intelletto umano di afferrare l’essenza immutabile delle cose.
Platone, nella sua dottrina delle Idee, riconosceva questa esigenza: esistono forme eterne e perfette, di cui gli oggetti sensibili non sono che pallidi riflessi. L’uguaglianza pura, secondo lui, non appartiene al mondo materiale, ma a quello intellegibile. In quel regno immutabile, l’uguaglianza è una condizione originaria, inalterabile, assoluta. Così, ciò che è uguale a sé stesso si sottrae al tempo, alla corrosione del divenire, alla relatività delle apparenze.
Ma se volgiamo lo sguardo ad altre tradizioni, scopriamo che l’unità, ben più che un’astrazione logica, è considerata il principio originario dell’essere. In molte filosofie orientali, il concetto di Uno non indica semplicemente il primo numero, ma la fonte da cui tutto scaturisce. Nel Tao Te Ching si afferma: “Il Tao genera l’Uno. L’Uno genera il Due. Il Due genera il Tre. Il Tre genera tutte le cose.” L’unità precede ogni distinzione, e per questo è assoluta. L’identico, in questa prospettiva, è anche indiviso, assoluto, fondativo. Prima ancora che il mondo si differenzi in polarità, prima ancora che vi siano nomi e forme, c’è ciò che è uguale a sé stesso. Senza differenza, senza alterità, ma già perfettamente reale.
Anche le religioni monoteiste condividono questa intuizione: Dio è Uno, e la sua identità non è condivisibile. Non è simile a niente, non può essere confuso con niente. La sua uguaglianza con sé stesso è totale, e proprio per questo è onnipotente, eterno, perfettamente compiuto. Nella sua assoluta identità si cela la sua assoluta unicità. Non può divenire altro, perché è già tutto.
Tuttavia, nell’esperienza umana, essere uguali a sé stessi è una sfida quotidiana, un’impresa esistenziale. Il concetto di identità personale è fragile, esposto al mutamento, alla memoria, al desiderio. Ogni giorno cambiamo, ci trasformiamo, dimentichiamo parti di noi, ne scopriamo di nuove. Eppure, affermiamo: “Io sono io.” Su cosa si fonda questa certezza? Cartesio cercò una risposta nel pensiero: “Cogito, ergo sum.” Ma già Hume contestava l’esistenza di un io stabile: tutto ciò che troviamo, guardando dentro di noi, è una successione di percezioni, mai un nucleo immutabile.
Eppure, anche in mezzo al divenire, qualcosa persiste. Forse non è una sostanza, ma una tensione: la volontà di essere sé stessi. Nella psicologia del profondo, questo è il Sé; nella narrativa, è l’arco del personaggio; nella vita, è la coerenza tra ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. Essere uguali a sé stessi non è una condizione garantita, ma una conquista. Una fedeltà. Una forma di integrità che richiede vigilanza, scelta, coraggio.
E quando questo principio si espande dalla sfera personale a quella collettiva, assume il volto della giustizia. L’uguaglianza tra esseri umani non significa che siamo tutti identici, ma che ognuno ha il diritto di essere sé stesso in pienezza. Nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani si afferma che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Ma questa uguaglianza non nega le differenze: le riconosce, le protegge. Non pretende che tutti siano uguali tra loro, ma che ciascuno sia trattato come un essere irripetibile, uguale solo a sé stesso.
Così, da un semplice assioma matematico, emerge una verità ontologica e morale: l’identità è la radice dell’unicità, e l’uguaglianza è il fondamento del rispetto. Senza identità, non c’è soggetto. Senza uguaglianza, non c’è relazione. E senza relazione, non c’è comunità. Ogni volta che affermiamo che qualcosa – o qualcuno – è uguale a sé stesso, stiamo affermando il suo diritto a esistere, a persistere, a essere riconosciuto come distinto e irripetibile.
L’assioma a = a, dunque, non è solo una regola della logica: è il sigillo della realtà. E, forse, anche una promessa. La promessa che, nel caos delle somiglianze e delle copie, nel rumore delle masse e delle mode, qualcosa possa restare sé stesso. Uguale, e per questo, irrimediabilmente unico.
Per approfondire:
Tao tê ching. Il Libro della Via e della Virtù
Amazon.it: Una vita come tante – Yanagihara, Hanya, Briasco, Luca – Libri

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