Nella breve, ma intensa, vita che mi è stata concessa, ho visto il mondo attraverso gli occhi di una giovane sognatrice.
Fin dall’infanzia ho coltivato speranze, desideri e ambizioni che brillavano come stelle nel cielo notturno. La mia storia, tuttavia, non è solo una raccolta di sogni; è una testimonianza dei tragici destini che a volte si intrecciano con le vite di coloro che cercano solo di vivere, di crescere, e di amare.
Sono nata nel 1977 nel pieno clamore di una piccola città. La mia infanzia è stata un periodo di innocenza che ho passato giocando tra le risaie vicine, e correndo lungo le strade polverose con gli amici. All’epoca ignoravo i problemi dei grandi, quelli che da adulti non ti fanno dormire: ignoravo la causa delle ansie e delle preoccupazioni che trasparivano dagli occhi di mia madre, e che spesso non le permettevano di dormire. Spesso, in fondo, quando nasci in un mondo pieno di problemi, non puoi far altro che pensare che siano la normalità.
Ero, insomma, una bambina come tante altre. Avevo progetti e sogni per il futuro: volevo giocare, imparare, esplorare e scoprire il mondo. Ero semplicemente come tutti gli altri bambini: sognavo solo di essere felice. Fu in questo contesto che persi mio padre, nel 1984, a causa di un tumore che lo portò via troppo presto.

Crescendo iniziai ad andare a scuola, dove scoprii di essere una brava studentessa. Ogni mattina mi svegliavo presto, salivo sulla bici che mia madre mi aveva regalato, e andavo all’istituto scolastico femminile in centro città. Adoravo sentire il vento scompigliarmi i capelli, mentre il cigolio dei pedali accompagnava la mia corsa. Mi sentivo libera, leggiadra: un tutt’uno con la natura che mi circondava. Mentalmente ripassavo questa o quella nozione mentre superavo villette e verdi paesaggi pianeggianti posti ai lati della strada. Arrivavo, poi, a scuola superando un maestoso ingresso delimitato da colonne in cemento e lasciavo il mio “bolide” nel giardino d’ingresso, davanti alle scale della scuola. Sulla facciata dell’edificio giganteggiava un’insegna rossa con il nome dell’istituto. Pochi scalini e mi lasciavo inghiottire nell’atrio insieme a decine di mie compagne.  

Gli anni corsero veloci, quasi quanto me sulla bici, e arrivò finalmente il momento degli esami, che mi avrebbero permesso di ottenere il diploma.
Come ogni mattina, inforcai la bici, salutai mia madre e il mio fratellino, e mi diressi a scuola. Non ero più una bambina, avevo 19 anni, ed ero consapevole che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei percorso quella strada, visto quelle facce e respirato gli odori di quelle aule. Presto amiche e conoscenti che avevano accompagnato quell’avventura scolastica avrebbero lasciato spazio ad altri… insomma, avrei chiuso un capitolo della mia vita per aprirne un altro. Da un lato questo pensiero mi faceva venire il nodo in gola, ma dall’altro ero troppo curiosa di sapere cosa la vita aveva ancora in serbo per me. 
Conclusi l’esame in tarda mattinata e decisi di accompagnare un’amica al cimitero lì vicino, in fondo era ancora presto per pranzo, e non avrei fatto preoccupare nessuno.

Alle 11:30 decisi che era il momento di tornare a casa, di raccontare a mia madre che l’esame era andato bene, e che finalmente potevamo festeggiare questo traguardo.
Come sempre il vento mi buttava i capelli dietro le spalle, nella mia testa al posto di nozioni e libri si andavano formando le prime idee per il futuro. Cosa fare? Un viaggio? L’università come mia sorella maggiore? Oppure un lavoro? E così passavo dal vedermi in qualche città estera, all’essere una scienziata o un’insegnante.

Dopo l’ennesima curva mi imbattei in un posto di blocco formato da cinque uomini in divisa che mi fermarono in modo deciso. Alla loro vista mi irrigidii. Potevo sentire i loro sguardi squadrarmi dalla testa ai piedi, quasi fossero insetti che correvano lungo tutto il  mio corpo. Mi fecero scendere dalla bici, controllarono i miei documenti, perquisirono il mio zaino e decisero, con modi sgarbati, di portarmi in caserma per ulteriori accertamenti. Non sapevo cosa io avessi fatto, ma ero pronta a chiarire qualsiasi cosa, seppur temessi per me stessa. Non potevo sapere che i miei sogni e le mie fantasie si sarebbero infranti di lì a poco.

Arrivata in caserma, venni messa su una sedia, interrogata e insultata da altri sei uomini. Il tempo smise di scorrere normalmente. In quella stanza umida e polverosa vedevo le mie certezze sgretolarsi, i toni degli uomini che avevo davanti farsi sempre più duri e minacciosi. Mi fecero sentire sbagliata per il solo fatto di esistere, di essere ciò che ero.
Il mio cuore iniziò ad accelerare, e iniziai ad avere paura. Rimasi come pietrificata fino al primo schiaffo, così forte da farmi cadere dalla sedia. Poi arrivarono i calci, i pugni, gli sputi e la vista si fece rossa e annebbiata.
Intorno a me urla, risatine e ingiurie riempivano l’aria, fendendola, mentre nella mia testa si mescolavano al dolore, alla rabbia e allo sgomento.
Ero agonizzante e facevo fatica a distinguere i volti di ciascuno di loro, quasi avessero maschere che ne rendevano inumano il volto. Mi furono strappati i vestiti di dosso. Fibre e stracci volarono ovunque nella stanza cadendo lievi sul pavimento, e infine si accanirono su di me, ormai inerme. 

Quando ebbero finito, decisero di disfarsi di me. Mi fecero a pezzi, misero il mio corpo in un sacco nero e mi seppellirono parzialmente vicino alla caserma.
Mia madre, preoccupata nel non vedermi tornare, insieme al mio fratellino e al mio vicino di casa vennero a cercarmi alla caserma chiedendo informazioni.
Anche loro furono massacrati senza pietà. Mia madre e il vicino furono legati e strozzati con una corda, mentre mio fratello, appena sedicenne, fu fatto a pezzi e messo in un sacco simile al mio. Infine, furono gettati nella stessa fossa in cui ero stata gettata io.
Mi avevano trovata.
Ero Krishanti Kumaraswamy, una giovane sognatrice.  

Ciò che avete appena letto è la triste storia di una ragazza dello Sri Lanka. Il suo nome era Krishanti Kumaraswamy, una ragazza nata nel 1977 e uccisa nell’Agosto del 1996. La sua colpa era quella di essere di etnia tamil. Venne, infatti, uccisa dalla polizia governativa singalese perchè sospettata di essere una terrorista. Nel paese, infatti, tra il 1984 e il 2009 vi fu una feroce guerra civile. 

Per capire meglio il contesto si deve sapere che, nello Sri Lanka, attualmente i tamil rappresentano il 18% della popolazione, contro l’80% di singalesi.
Entrambe le etnie sono presenti da secoli sull’isola ma, dal 1500, portoghesi prima, e britannici poi, alimentarono l’odio tra esse per mantenere il controllo sul territorio.
La Gran Bretagna rinunciò al controllo delle colonie solo al termine della Seconda Guerra Mondiale, permettendo allo Sri Lanka di diventare uno Stato indipendente.
Da allora la popolazione tamil, che occupava la parte settentrionale del paese, iniziò a chiedere il diritto di autodeterminazione, puntualmente negato dal governo centrale.
Nel 1984 nacque un gruppo terroristico, chiamato “Tigri Tamil”, che iniziò ad attaccare le forze governative. Gli scontri durarono fino al 2009, facendo decine di migliaia di vittime tra soldati e civili (le stime si attestano tra gli 80.000 e i 100.000 morti). 

Nel 2006, dopo anni di pressioni da parte di Amnesty International, i sei uomini che picchiarono, stuprarono, uccisero, fecero a pezzi e seppellirono Krishanti e la sua famiglia furono rinviati a processo davanti alla corte marziale.
Nel corso del procedimento si scoprì, su ammissione di uno degli imputati, che esisteva un’altra fossa in cui avevano seppellito altre 13 persone.
I sei uomini, alla fine del procedimento, vennero condannati a morte.

Secondo fonti locali, inoltre, nel solo biennio ‘95-96, 600 civili persero la vita in modo analogo, mentre, si stima che dal 1984 al 2009, siano spariti in circostanze simili circa 13.000 giovani di etnia tamil del tutto innocenti ed estranei al conflitto, che cercavano di avere un’esistenza normale.

Questa, quindi, è una delle innumerevoli storie che testimonia la fragilità dell’esistenza umana davanti all’odio e alla violenza ingiustificata.
L’auspicio è quello di non dimenticare le vittime di nessun conflitto, in modo che il loro involontario sacrificio non risulti vano, ma che serva piuttosto da monito al fine di pretendere un mondo più giusto e compassionevole, in cui nessuno debba temere per la propria vita e in cui ogni giovane possa sognare e sperare per un futuro migliore. Perché dal momento in cui l’avversario diviene nemico, la propaganda sostituisce la dialettica, le dispute si trasformano in violenza e la diplomazia cede il passo alla guerra, non esistono più “torto” e “ragione”, ma solo famiglie che versano lacrime nel doloroso tentativo di continuare a vivere unite. Il nostro compito è onorare queste vite perdute, pretendendo un mondo in cui il valore della vita umana sia sacro, e in cui l’odio e la violenza siano sconfitti dalla forza della comprensione e della compassione.

Fonti:
The Rape & Murder of  Krishanti Kumaraswamy

Krishanti Kumaraswamy (Wiki)

Tigri Tamil (Wiki)

The rape and murder of teen aged Krishanti Kumaraswamy by sinhalese soldiers


Per approfondire:
Sri Lanka: Storia fino agli anni 2000 (YouTube)

Blu Notte: Naufragio Fantasma (YouTube)

Sri Lanka State Terrorism – Rape & Murder of Eelam Tamil Women

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