Nell’era digitale, il velo dell’anonimato si erge come una doppia lama, celando segreti preziosi e nascondendo minacce nell’oscurità dei server e delle identità virtuali.
Da un lato, infatti, esso permette ai cosiddetti utenti di nascondersi ed esprimere pareri o posizioni più o meno discutibili. Dall’altro consente di sentirsi maggiormente tutelati e al sicuro. Ciò è un bene e un male allo stesso tempo, letteralmente una spada di Damocle a doppio filo che pende sulla testa della nostra società.
ll momento in cui si è iniziato a sentire la necessità oggettiva dell’anonimato è stato nel 1700, quando, per timore di censura e persecuzione, si iniziò a scrivere e pubblicare opere con pseudonimi, o in forma anonima.
L’anonimato nasce, quindi, da un sentimento di paura, dall’esigenza di sicurezza e dal timore di essere perseguitati per la propria idea. Si tentava di comunicare ed esprimere una considerazione, una posizione, un ragionamento a una platea, a un pubblico.
Oggi, invece, l’anonimato viene usato perlopiù per mandare messaggi, porre domande, oppure offendere, denigrare il prossimo, con la consapevolezza di poter non essere rintracciati dal destinatario, o evitando che questo possa scoprire l’identità dell’autore del messaggio.
In tal senso si è passati, di fatto, dalla volontà di esprimere un concetto ragionato a un pubblico, alla volontà di dire qualcosa di istintivo al singolo. Questo evitando persecuzione da un lato, e conseguenze dall’altro.
Potremmo sostenere che si è appiattita la capacità comunicativa, espressiva o di pensiero, ma in realtà è più lecito domandarsi quale sia il grado di maturità intellettuale delle persone che utilizzano siti o social in cui è possibile inviare domande o messaggi in modo completamente anonimo.
Ora, sia ben chiaro, nessuno dice che inviare messaggi anonimi sia sbagliato o che i siti di cui parleremo siano pericolosi, anche perché qualsiasi cosa può essere utilizzata per scopi nobili o disdicevoli. Basti pensare al nucleare, che può essere impiegato a livello civile per produrre energia, o a livello bellico per fabbricare bombe atomiche.
L’intento di questo articolo, insomma, è semplicemente quello di analizzare un uso che viene fatto di questa tipologia di social, andando a ripercorrere le principali forme di anonimato, gli utilizzi impropri che ne vengono fatti e le conseguenze che hanno o hanno avuto.
In passato, soprattutto prima di internet, a molti è (o sarà) capitato di ritrovare o lasciare nello zaino di qualcuno un messaggio. Avete presente il classico bigliettino che i bambini scrivono su un foglio di carta, e che successivamente mettono nella cartella del compagno o compagna per cui hanno una cotta? Ecco, quel semplice gesto, che a tratti potrebbe sembrare ingenuo, in realtà nasconde un forte romanticismo. In esso, infatti, vi è sia la razionalità del bambino nel mettere su carta quelli che sono i propri sentimenti, attraverso parole, disegni e con le classiche caselle “SI” “NO” da sbarrare; sia il coraggio di rischiare di essere scoperto sul fatto, pur di vedere la reazione del destinatario, o destinataria, del messaggio.
Nel piccolo mondo dei bambini, insomma, il messaggio anonimo non è altro che un’azione introspettiva, in cui il piccolo autore acquista consapevolezza della propria interiorità, e al tempo stesso si mette in gioco in prima persona per recapitare il bigliettino.
Gli anni però passano, e i bambini diventano adolescenti e, almeno anagraficamente, adulti. In questa fase, e in questi anni, con l’avvento dei social si è assistito a una vera e propria rivoluzione tecnologica e sociale che, in larga parte, ha favorito la globalizzazione.
Tutto è diventato veloce e immediato. In questo contesto, l’errore e la relativa perdita di tempo sono divenuti sempre più intollerabili, rendendo la sicurezza che tutto vada come programmato una vera e propria necessità sociale sempre più pregnante. Il messaggio anonimo, che in precedenza abbiamo chiamato bigliettino, e che per i meno giovani poteva essere una dedica romantica adolescenziale, non può più essere consegnato “a mano” per vari motivi: non consente, infatti, di essere certi della ricezione, non vi è sicurezza nel riuscire a non essere “beccati” e richiede troppo tempo tra stesura, valutazione dell’occasione e consegna.
In questo contesto nacquero le prime piattaforme anonime, tra cui “Ask.fm”.
Quest’ultima è una piattaforma (leggasi sito) social, che permetteva (e permette) di inviare domande anonime a chiunque avesse creato un profilo. Questo veniva spesso collegato tramite link al profilo Facebook, in modo da raggiungere gli “amici” (o contatti Facebook) che erano sulla piattaforma, creando vere e proprie reti sociali.
Le funzionalità di Ask.fm sono molteplici: dal classico “like”, all’invio di badge per i profili ritenuti più interessanti dagli utenti, fino alla possibilità di rispondere agli anonimi con foto o video. Questa ebbe successo perché permise l’invio di messaggi anonimi da casa, con un click, garantendo il pieno anonimato. Rispondeva, in altre parole, alle esigenze di sicurezza, certezza e immediatezza di cui abbiamo parlato precedentemente.
Come abbiamo già detto, tuttavia, il problema delle cose non è ciò che permettono di fare, ma ciò per cui poi vengono sfruttate.
In breve tempo, infatti, quelli che inizialmente dovevano essere messaggi di vicinanza, d’amore o semplicemente di curiosità e, perché no, di sostegno e vicinanza, iniziarono a lasciare il posto a messaggi di calunnia, denigratori, di odio e persino degradanti per la persona. Dopo il 2010, conseguentemente, si iniziò a parlare di cyberbullismo (quando l’atto avviene tra minori) e cybermolestia (quando l’atto avviene tra adulti o tra adulto e minore), riferendosi alla pratica del “bullismo digitale” in relazione ad alcuni casi di suicidio giovanili avvenuti dopo la ricezione di minacce e messaggi denigratori mediante queste piattaforme. Nel novero dei siti più discussi e considerati responsabili del fenomeno vennero indicati Ask.fm e l’allora Twitter.
Immaginate un adolescente, magari già vittima di bullismo, che arriva a casa e, per distrarsi e rilassarsi, accende il computer o prende in mano il proprio telefono come fanno tutti i ragazzi. Immaginate poi che, senza nemmeno rendersene conto, sullo schermo si ritrovi una sfilza continua di messaggi d’odio, offese, minacce e prese in giro. Immaginate, adesso, che questo accada ogni singolo giorno, tutti i giorni, come un eterno loop.
Ecco, questo è il cyberbullismo, un fenomeno per cui chi ne è vittima viene costantemente preso di mira, insultato, denigrato, fatto sentire solo e svilito in continuazione tramite internet, a prescindere dal luogo, dall’orario o dalle persone con cui è in compagnia la vittima.
A causa dell’anonimato il malcapitato non può neppure sapere a chi rispondere, a chi addebitare quei messaggi, e finisce per non farlo, subendo in silenzio e incassando un colpo alla volta fino, purtroppo, ad esplodere emotivamente.
Oggigiorno, a una decina abbondante di anni di distanza, sono cambiate le piattaforme più in voga, sono cambiati i provvedimenti legislativi per arginare questo tipo di fenomeni e le tecniche investigative. I problemi, tuttavia, appaiono tutt’altro che risolti.
Internet con il passare del tempo è diventato sempre più un luogo di scontro, anziché un luogo di confronto e condivisione. Attualmente, infatti, tutti si considerano in grado di commentare e comprendere tutto, sicuri delle proprie posizioni e pronti a difenderle a spada tratta non risparmiando offese o sentenze indebite su questo o quell’argomento, o su questa o quella persona. Nel 2015, Umberto Eco, quasi profeticamente sostenne che “I social danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora hanno lo stesso diritto di parola dei premi Nobel”. A ben vedere, con il senno di poi, seppur con parole forti, aveva indicato il “re nudo” del mondo virtuale, ossia l’utilizzo dei social contrario rispetto a quello per cui erano stati progettati. Internet, di fatto, è diventata una pubblica piazza in cui riversare frustrazioni, paure più o meno razionali e sfogare la proprie ansie, ricevendo indietro lo stesso trattamento e andando conseguentemente a non far altro che accrescere quel malessere da gettare nel mondo virtuale.
L’inasprirsi dei toni, è bene sottolinearlo, non riguarda solo gli adolescenti, ma anche gli adulti. Uno dei grandi cambiamenti avvenuti nell’ultima decade è, infatti, l’avvicinamento ai social da parte delle generazioni già adulte, nate nel boom economico degli anni ‘60 (e per questo chiamati “boomer”). Con l’approdo di questi ultimi su Facebook, i giovani sono migrati in massa verso altri social, uno su tutti Instagram.
In generale il clima sui social non ha fatto altro che farsi man mano più teso e tossico, portando le persone a dare sempre meno peso alle parole e al fatto che chi le riceve non è un profilo, una foto, ma una persona con sentimenti, emozioni e interessi come qualsiasi altra.
L’anonimato, intanto, è tornato di moda da pochi anni grazie a nuove piattaforme, tra cui NGL, ossia una piattaforma usata dai giovani per inviare e ricevere messaggi in anonimo. Questa rispetto ad Ask.fm possiede molte meno funzioni, risultando più semplice e accattivante, grazie anche ad un design più minimal. NGL viene collegata, dagli utenti, ai propri profili instagram mediante lo stesso sistema di link utilizzato per collegare Facebook con Ask.fm, quasi a dire che tutto cambia ma, se ridotto in minimi termini, quel tutto resta uguale.
Questo ritorno all’uso dell’anonimato, unito alla volgarizzazione della comunicazione digitale, e posto accanto all’irrisolto problema del cyberbullismo, ha iniziato a produrre una nuova “tendenza”, ossia quella di fare proposte sessuali esplicite a ragazze e/o ragazzi di qualsiasi età mediante le piattaforme anonime. Tale genere di proposte va a colpire persone con cui il mittente spesso non ha nemmeno mai parlato, forte del fatto che tanto non potrà essere scoperto.
Appellarsi al classico e banalissimo “basterebbe non registrarsi o usare quelle piattaforme”, non può essere la risposta perché, come abbiamo sottolineato precedentemente, il problema non è la piattaforma, ma l’utilizzo che ne viene fatto.
Per evidenziare la superficialità di questo tipo di risoluzione, vogliamo proporla in un altro contesto: “ogni giorno, secondo i dati ISTAT, in Italia muoiono ogni giorno 9 persone sulle strade e 2 persone sul posto di lavoro. Annualmente muoiono, quindi, 3.285 persone guidando e 730 lavorando. Basterebbe smettere di guidare l’auto e di lavorare per non far piangere quasi 4.000 famiglie all’anno”. Ecco, appare lampante, in questo esempio, che il problema non è la macchina o il lavoro, che sono imprescindibili per la vita quotidiana o quasi, ma l’utilizzo del lavoratore (in termini per esempio di condizioni del lavoro), e dell’uso dell’auto (in termini ad esempio di rispetto delle norme stradali) a risultare determinanti e a dover essere attenzionate attraverso provvedimenti migliorativi e campagne di sensibilizzazione ove possibile. In modo analogo ritroviamo lo stesso discorso nell’anonimato delle piattaforme sopracitate.
Il principale problema di queste piattaforme è che si corre il rischio di una vera e propria repressione della maturità dell’individuo, considerato che queste sono usate da minori e giovani in generale, i quali devono ancora formare o migliorare il proprio senso critico e crescere a livello di maturità intellettuale.
Nel precedente esempio dei bambini che consegnano di nascosto un bigliettino, abbiamo evidenziato la componente dell’attesa al fine di osservare la reazione del destinatario. Quella reazione esprime la accettabilità sociale del messaggio, perciò è un momento educativo. Specifichiamo che non è la risposta di per sé a risultare educativa, ma lo è l’espressione facciale e il significato che il bambino riconosce nella stessa.
In misura maggiore, la stessa identica cosa avviene nel contatto faccia a faccia. Chiunque decida di comunicare un messaggio forte ad un altro soggetto, deve essere pronto alle relative conseguenze, attese o meno che siano. La reazione di chi riceve il messaggio verbale è, per il primo, fonte di educazione.
Questo aspetto, invece, è completamente assente nell’utilizzo improprio di siti, o social, come NGL, in quanto viene eliminato completamente il senso di responsabilità del mittente.
In ultima istanza, tale meccanismo possiamo ricondurlo all’esperimento dello psicologo Stanley Milgram, il quale arruolò 40 individui dai diversi profili socioprofessionali per sottoporli ad un test sull’obbedienza. Questi, uno alla volta, ebbero il compito di tirare delle leve su incitamento di un “insegnante”, le quali avrebbero generato delle scariche elettriche crescenti su un “studente” ogni qual volta questo avesse sbagliato a rispondere a un determinato quesito.
Le scariche elettriche, ovviamente, erano finte e colui che avrebbe dovuto subirle, in realtà, simulava di riceverle, inscenando sintomi (variabili dai tremori allo svenimento) in base al voltaggio ricevuto. In poche parole tale esperimento dimostrò, tra le altre cose, che il grado di obbedienza nel dare le scariche variava in base alla distanza tra insegnante e individuo, e tra individuo e “studente”. In particolar modo, nel momento in cui l’individuo non poteva vedere lo “studente”, il 65% dei partecipanti azionò la leva della massima scarica elettrica.
Ciò ci dà un ottimo riscontro su quanto il contatto visivo con la persona che subisce il torto sia importante tra gli adulti nel caso del sopracitato esperimento, quanto tra i giovani nel caso dell’anonimato online, e in particolar modo come esso sia determinante nella regolazione del proprio comportamento.
Arginare il fenomeno, che si tratti di cyberbullismo, oppure di cybermolestia, è veramente difficile per via delle insidie e delle difficoltà educative che presentano questi fenomeni. Un buon punto di partenza, allora, potrebbe essere tendere all’alfabetizzazione digitale degli adulti, che possano effettuare un controllo consapevole e autorevole ma non autoritario. Dall’altra parte ciò permetterebbe di dedicare un maggior occhio di riguardo all’educazione dei minori sull’utilizzo di queste piattaforme, integrando le azioni delle campagne di sensibilizzazione sul tema all’azione repressiva degli organi statali.
Così facendo: le prime avranno il solo compito di divulgare e condividere esperienze sull’argomento che accrescano la consapevolezza collettiva; i secondi, invece, avranno il compito di reprimere le azioni contrarie alla legge.
Fonti:
Opinione di Umberto Eco sui social network (Video)
Che cos’è Ask.fm, il social network al centro delle polemiche per il cyberbullismo (Corriere della Sera)
Bullismo e Cybermolestie nell’adolescenza
Cyberbullismo e cybermolestia (Intreccio.eu)
Esperimento di Milgram (Psypedia)
Per approfondire:
Il suicidio in diretta del TikToker bolognese, il cyberbullismo, nuove dipendenze, isolamento sociale e disregolazione emotiva. Ne parliamo con Rosa Castelluccio (Orizzontescuola.it)
Ask.fm: una piattaforma controversa (cyberbullismo.com)
Cyberbullismo guida giuridica (Altalex)
Bullismo e Cyberbullismo (Miur)
Prova a dirmelo guardandomi negli occhi (Libro)
Cyberbullismo, combatterlo significa vivere (Sara Adami)

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