Negli ultimi decenni, l’Italia ha affrontato, e sta affrontando, una deriva politica che ha scosso le fondamenta del sistema statale.
La deriva assunta dalla politica italiana non è un fenomeno propriamente recente. Da decenni, infatti, spesso sentiamo frasi come “destra o sinistra sono tutti uguali”, oppure “è tutto un magna-magna”, o ancora “fanno come vogliono”. Insomma, le classiche frasi che dimostrano una mancanza di fiducia nelle istituzioni, o almeno nella capacità delle persone da cui esse sono rappresentate.
Interessante è chiedersi perché vi sia una tale mancanza di fiducia, dato che la pretesa di avere migliori governi è alta; e soprattutto, perché il livello si abbassa se la pretesa di maggior qualità aumenta?
Per rispondere a questi interrogativi in modo semplice, non possiamo non citare Gaber, il quale in uno dei suoi tanti monologhi, con ironia ci dice che “la democrazia non è nemica della qualità. È la qualità che è nemica della democrazia. Mettiamo come paradosso che un politico sia un uomo di qualità. Mettiamo anche che si voglia mantenersi a livelli alti. Quanti lo potranno apprezzare? Pochi, pochi ma buoni. No, in democrazia ci vogliono i numeri, e che numeri. Bisogna allargare il consenso, scendere alla portata di tutti. Bisogna adeguarsi. E un’adeguatina oggi, un’adeguatina domani… e l’uomo di qualità a poco a poco ci prende gusto… e “tac”, un’altra abbassatina… poi ce n’è un altro che si abbassa di più, e allora anche lui… “tac”… “tac”… ogni giorno si abbassa di cinque centimetri…E così, quando saremo tutti scemi allo stesso modo, la democrazia sarà perfetta.”
Leggendo tra le righe, quindi. negli anni ‘90 Gaber ci anticipa il cosiddetto fenomeno del “populismo”.
Volendo evitare tecnicismi e definizioni che potrebbero risultare complesse, possiamo dire che il populismo non sia altro che quel fenomeno per cui si propongono soluzioni facili a problemi complessi, cercando di convincere l’elettore al voto di pancia. In altre parole potremmo riassumere dicendo che il populismo è l’arte di “dire quello che l’elettorato vuole sentirsi dire per ottenere il voto”.
La pretesa popolare di governi vicini ai problemi dei cittadini, a partire dal 1992, ha portato i leader politici a fare campagne elettorali e interventi sempre più orientati al mero consenso, facendo venir meno la funzionalità delle promesse fatte.
Facendo una rapida carrellata, infatti, da fine anni ‘90 a oggi, abbiamo assistito all’ascesa di promesse e slogan (puntualmente disattese al termine delle elezioni) di vario tipo: dal classico “abbasseremo le tasse” al “rottamiamo la vecchia classe dirigente”, passando per “mai con questo o quel partito”, fino a “prima gli italiani” o “chiudiamo i porti”.
Da destra a sinistra, le proposte si sono abbassate man mano di qualità, sia in termini di funzionalità, che di efficacia, e il risultato di questa tendenza è chiaro.
Basti pensare che, nelle cosiddette “Elezioni terremoto” del 1992, l’astensionismo raggiunse il 17,4% (record per l’epoca) in segno di protesta e disaffezione contro i partiti di quel periodo. Questo dato all’epoca fu ritenuto altissimo, in quanto batté il precedente record storico del 1987. Guardando, tuttavia, i dati della tornata elettorale 2022, scopriamo che il dato è 36,2%. Ciò ci testimonia, nei fatti, come la disaffezione e lo scarso coinvolgimento nelle dinamiche politiche sia dilagante e continua, nonostante i vani tentativi di utilizzare argomenti semplici al fine di conquistare l’elettorato.
A pesare, inoltre, vi è il clima politico che si respira, e che viene trasmesso continuamente dai media. Se partiamo dal presupposto per la politica sia l’arte del mettere in secondo piano le differenze, al fine di fare il bene comune, possiamo tranquillamente affermare che i continui rimpasti di Governo e i Governi di “larga intesa”, hanno accentuato e inasprito fino allo stremo i rapporti nel Parlamento incidendo sul dialogo tra i partiti stessi, in una realtà già storicamente frammentata come quella italiana.
Volendo rispondere agli interrogativi da cui siamo partiti, potremmo riassumere quanto detto fin qui affermando che l’astensionismo, e la deriva politica, abbiano tra le loro principali cause l’incoerenza dei partiti e la loro incapacità di mantenere la parola data agli elettori, oltre che l’incapacità di dialogo nelle sedute parlamentari.
Tuttavia, per quanto sicuramente valida, questa visione risulta qualunquista dato che viene criticato solo uno degli attori politici che operano nel sistema elettorale.
Spostando, infatti, l’attenzione sull’elettorato, emerge come questo sia incline a farsi coinvolgere e convincere dagli slogan, e come spesso l’elettore medio preferisca la soluzione semplice non realizzabile, ma rasserenante, piuttosto che la proposta complessa ma realizzabile. Per lo stesso principio, infatti, l’elettore medio tende a non leggere i programmi elettorali del proprio partito affidandosi alle parole del leader carismatico di turno, senza conoscere altri membri del partito stesso.
Inoltre, non conoscendo il programma del proprio partito, l’elettore non potrà essere in grado di verificare la fattibilità (e la sostenibilità economica) delle politiche che questo vuole attuare, andando di fatto alle urne completamente privo di un pensiero critico. A ciò possiamo aggiungere un altro problema, ossia il fatto che seppur venisse letto, la maggioranza degli elettori non dispone delle competenze, o del tempo, necessari per effettuare una analisi critica e oggettiva di quanto proposto dal partito.
Ciò innesca, successivamente, quanto già descritto: il partito (o la coalizione) di turno vince, disattende le promesse (irrealizzabili) fatte in campagna elettorale deludendo i propri elettori, si genera sfiducia verso il sistema politico e man mano l’affluenza alle urne cala.
In conclusione, possiamo affermare che la deriva della politica italiana e il conseguente calo di fiducia è, di fatto, un problema complesso che ha cause su più livelli, infatti riguarda elettori ed eletti. Questo perché, vi è da un lato l’incapacità di analisi critica oggettiva delle proposte e la contemporanea pretesa di avvicinamento alle difficoltà quotidiane; dall’altra vi è la propensione a semplificare eccessivamente i problemi, perdendo di vista le cause scatenanti, e la tendenza a un eccessivo conflitto politico, la quale generalmente porta solo a confusione e a un clima di perenne campagna elettorale. Questi problemi, per come esposti, possono sembrare ben distinguibili, ma in realtà sono in stretta connessione tra loro e tendono ad alimentarsi e a innescarsi vicendevolmente in un inesorabile circolo vizioso. Dobbiamo, in ultima istanza, menzionare i continui scandali economico-finanziari e i legami (presunti e/o dimostrati) con associazioni di stampo mafioso, che spesso vanno a ledere non solo l’immagine del singolo politico o partito di turno, ma inficiano anche la credibilità dell’intero sistema politico, generando un appiattimento del dialogo e delle richieste tra la comunità e le istituzioni politiche, e il conseguente inasprimento dei rapporti tra partiti, e tra partiti ed elettori.

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