Sono nato nel bel mezzo di un territorio variegato, teatro di contrasti e meraviglie. In quella Terra, i raggi del sole si increspano e rimangono sospesi tra le cime di alberi antichi e fitti, le cui chiome intrecciate formano un bosco silente e silvano, un rifugio per la fauna selvatica e un luogo di pace per l’anima. Ma basta poco per cambiare scenario: la radura si apre improvvisa, un’oasi di luce e calore, dove l’erba alta ondeggia al ritmo del vento e i fiori selvatici punteggiano il paesaggio con colori vivaci. Questo teatro di contrasti e meraviglie, stagione dopo stagione, divenne la mia Terra. La mia casa.
Non sempre le cose però sono destinate a durare in eterno, perché prima o poi il sole viene oscurato dalle nubi in attesa di un temporale. E fu proprio il figlio di un temporale ad abbattersi sulla realtà che mi ero costruito.
All’inizio, non vi erano che timidi scambi di sguardi, parole sussurrate e mani sfiorate. Un interesse reciproco, e una curiosità che profumava di scoperta. Ci scambiavamo doni, storie e persino risate. Ma un incontro è fragile se sfiorato dall’egoismo, come un cristallo che si incrina al primo tocco.
Il giorno si fece buio, creando ombre tra le pieghe di un rapporto che si fece via via più complesso. I nostri sguardi non si incrociavano più, i silenzi divennero assordanti, vuoti ma pieni di parole che feriscono come lame. La fiducia si sgretolò, lasciando spazio al sospetto, alla paura, alla rabbia.
E poi arrivò la tempesta. Violenta, implacabile, distruttiva. Il cielo si fece nero, il vento urlava la sua furia, la pioggia batteva impietosa. Ogni cosa fu sommersa, travolta, annientata.
Il figlio del temporale mi stringeva la gola, soffocando ogni mio grido, ogni mia speranza. Mi spingeva via, lontano, sempre più lontano dalla mia terra, dalle mie abitudini, dalla mia stessa identità.
Caddi in fiumi, aggrappandomi ai ricordi dei momenti in cui il sole brillava e il mondo era un posto di meraviglia e possibilità. Ma il temporale è troppo forte, e io non posso che lasciarmi trascinare nel suo vortice di distruzione.
Oggi riposo sul fondo del Sand Creek e del Wounded Knee, a Deir Yassin e a Sabra. La mia voce si unisce a quella di tutti coloro che hanno subito la violenza e l’ingiustizia, ma non sarà mai messa a tacere. Sono uno dei tanti popoli nativi, testimone di come l’uomo bianco nel tempo abbia imparato a massacrare con più efficacia, anziché a rispettare con più solennità il diverso.
Andando oltre il mero astrattismo, per quanto possa sembrare antistorico o poco attuale, ricordare i massacri avvenuti ai danni dei nativi americani può essere utile per varie ragioni. Oltre a onorare la memoria delle vittime, ciò ci permette di smascherare una narrazione storica spesso edulcorata. Le azioni che oggi universalmente condanniamo non sono aberrazioni del passato, bensì risultano essere dinamiche di potere che, seppur mutate nelle forme, continuano a manifestarsi.
Rispetto a ciò che è accaduto, accade e sta accadendo a Gaza, il massacro subito dai nativi americani è profondamente diverso nelle cause, nel contesto storico, nei tempi e nell’intensità, oltre che in tutto ciò in cui tali aspetti si sono tradotti. Osservando però il genocidio subito dal popolo palestinese, emergono similitudini inquietanti, come lo sterminio di un popolo, la sua dislocazione in territori sempre più ristretti e marginalizzati, la negazione dei diritti fondamentali e la perdita della propria identità politica e culturale. Che queste azioni siano pianificate, proposte o attuate, poco importa: la loro gravità è inequivocabile e le conseguenze sono devastanti.
Le dinamiche di oppressione, seppur mutando nel tempo, seguono schemi ricorrenti. Nei secoli della colonizzazione americana, i popoli nativi furono sterminati non solo con le armi, ma con la sistematica sottrazione della loro terra, con il confinamento in riserve sempre più piccole, con la cancellazione della loro cultura e della loro identità. Lo stesso accade oggi in Palestina: terre confiscate, villaggi rasi al suolo, una popolazione costretta in spazi sempre più angusti e privati dei diritti fondamentali. La resistenza viene criminalizzata, la sofferenza normalizzata, la loro esistenza ridotta a una questione da risolvere. E così, come ieri si parlava di “destino manifesto”, oggi si giustifica l’occupazione con il linguaggio della sicurezza e della difesa. Ma dietro le parole, la realtà è la stessa: un popolo che lotta per sopravvivere e un potere che vorrebbe cancellarlo dalla storia.
La memoria dei nativi americani e la solidarietà con il popolo palestinese sono un monito costante: la lotta contro l’oppressione e la difesa dei diritti umani sono un impegno imprescindibile per un futuro di giustizia e pace. E mentre i potenti si affrettano a dimenticare, noi restiamo qui, a ricordare. Perché se l’oblio è il miglior arma per preparare il prossimo genocidio, la memoria è il primo passo per evitarlo e cambiare il futuro. Perché non ci sia un altro Wounded Knee americano, un’altra Nakba palestinese, perché nessun bambino si “addormenti” più nel letto di un fiume con “un lampo nell’orecchio e nell’altro il paradiso”.
Per Approfondire:
When Native Americans Were Slaughtered in the Name of ‘Civilization’ | HISTORY
The Nakba did not start or end in 1948 | Features | Al Jazeera

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